Notte insonne. Esco nella veranda con le vetrate. Mi sistemo sulla poltrona per osservare il cielo limpido invernale. Prendo la gatta e la faccio coricare sulle mie gambe. Le gratto la gola e fa le fusa.
Osservo il cielo nero punteggiato da una miriade di stelle.
“Ci sarà vita altrove?” domando alla gatta che continua a fare le fusa.
Improvvisamente si accende la luce nella veranda. È stata mia moglie dietro di me. La gatta fa un sussulto e le va incontro. C’è il vetro e non può proseguire.
“Gattina, quello è il riflesso che vedi. Lei è dietro di te” le dico e la riprendo sulle gambe. Mi riscalda.
Mia moglie torna a letto e spegne la luce nella veranda.
In compagnia della gatta e dei miei pensieri continuo ad osservare il cielo notturno.
La gatta ha visto mia moglie riflessa nel vetro e si è diretta verso il riflesso. E se quello che sto vedendo in cielo non fosse altro che un riflesso?
Il ritmo calmo delle fusa mi rilassa e mi abbandono a quella sensazione di pace.
Vedo su una parete una foto lunghissima. Inizia con i colori e man mano tende al nero.
Ora vedo il sole. La sua luce non è abbagliante. La vedo con 8 minuti di ritardo. Continuo ad osservare le stelle. Più sono lontane, più il ritardo aumenta di giorni, mesi, anni, decenni, secoli, millenni, ere.
Osservo l’universo. Lo vedo e vedo le galassie che lo compongono. E mentre lo vedo dal vivo so che quello che vedo non esiste più per come lo sto vedendo.
Forse è una immagine nitida. O forse è deformata.
Mi vedo ora galleggiare in una stanza con specchi deformanti. Vedo fluttuare una figura. Sono io ma non sono io. Figure visibili con le quali non posso interagire.
Vedo ora su una parete la mia ombra. Cammino nella stanza e l’ombra si muove con me. Arriva in un punto buio e l’ombra non è più visibile, si è fusa al nero. È stata inglobata. Poi ricompare. È un’ombra che esiste ma non è visibile.
Rivolgo lo sguardo nella notte buia. Le stelle le vedo. Le percepisco. Le posso misurare. Ma non esistono più.
Percepisco le fusa della gatta. Diventano più deboli. Si è addormentata. Lentamente mi alzo per non svegliarla. La sistemo sulla sedia.
Mi avvicino alla finestra. Vedo il mio riflesso che si riflette nell’universo che scorre accanto a me senza toccarmi.
Ritorno a letto e inizio a svegliarmi.
© 2026 Giovanni Crastolla – Riproduzione riservata
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