Ora e per sempre

Domenica pomeriggio, domenica di primavera, pomeriggio di sole che ti invita ad uscire. E così ho fatto un giro con la mia nipote piccolina, Albina.

Mano nella mano siamo andati a vedere i monumenti e le vie della città.

Piccolina per me, ha 16 anni.

La prima tappa è stata in via Ragazzi del ’99. In questa via non c’è niente di speciale se non il nome stesso. Le ho chiesto: “Sai chi sono?”. Ha scosso la testa, come purtroppo ho immaginato. E ho iniziato: “Erano i ragazzi nati nel milleottocentonovantanove mandati in guerra, la Prima Guerra Mondiale, ad appena 18 anni. Poco più grandi di te! L’Italia era in ginocchio dopo la disfatta di Caporetto nell’ottobre del 1917 e l’esercito aveva bisogno disperato di uomini. Fu così che si decise di far anticipare la chiamata militare ai ragazzi nati nel 1899”.

“Ma chi lo decise?” mi ha domandato Albina.

“Il Comando Supremo, al cui capo c’era Cadorna prima e poi Diaz, e il capo del Governo, ma non ricordo il suo nome” ho risposto.

“Ah, Cadorna e Diaz, forse ho letto i loro nomi su qualche strada” ha detto Albina. E io: “Sì sì infatti, ci sono due vie intitolate a loro” e poi ho ripreso: “I Ragazzi del ’99 sarebbero dovuti essere chiamati l’anno successivo. Questa decisione fu formalmente firmata da Vittorio Emanuele III re d’Italia.”

Dopo una breve pausa per riprendermi ho aggiunto: “Nel 1917 si diventava maggiorenni a 21 anni. Prima di quell’età non si poteva votare, firmare contratti, sposarsi. Con una firma furono mandati in guerra”.

Albina mi ha guardato e detto: “Continua nonnino”.

E ho continuato: “I ragazzi del ’99 furono mandati al fronte praticamente senza addestramento completo, in un momento drammatico. Combatterono nella fase finale del conflitto — tra cui la Battaglia del Piave del giugno 1918 e la Battaglia di Vittorio Veneto ad ottobre 1918 che concluse la guerra. L’Italia vinse la guerra. 650 mila soldati non tornarono più a casa e ci furono oltre 1 milione di soldati feriti e mutilati”.

Albina è diventata pensierosa, mi ha preso la mano e abbiamo proseguito il giro fermandoci al monumento ai caduti.

“Vedi quante decine e decine di nomi sono scritti?” ho ripreso a parlare per poi fermarmi un minuto in silenzio.

Poi ho ripreso: “sono i soldati morti durante la Prima e Seconda Guerra Mondiale. I loro nomi dovrebbero essere conosciuti da tutti”.

Albina ha iniziato a leggere e poi si è fermata su un nome, lo ha letto a voce alta. Mi ha guardato impietrita. Ha letto il nome e cognome del suo fratellino. Ed era anche il nome di mio zio, il fratello di mio padre nato il 1899 e morto nella Battaglia di Vittorio Veneto nell’ottobre del 1918.

È rimasta in silenzio. È stato necessario questo battesimo.

Abbiamo ripreso a camminare mano nella mano e ci siamo fermati in piazza Giacomo Matteotti.

“Sai chi fu Giacomo Matteotti?” le ho chiesto. “No nonnino, scusa, non lo so” mi ha risposto. “Non ti devi scusare, ora te lo dico io”, ho replicato e ho proseguito: “1885 – 1924, è scritto sotto il nome. Era un deputato socialista che denunciò i brogli e le violenze del partito fascista, che vinse le elezioni, nel 1924. Ucciso dai fascisti per le sue denunce. Chi non era allineato, era perseguitato. Non era tollerato chi dissentiva. Con Benito Mussolini e il fascismo, l’Italia entrò nella sua selva oscura”.

“Selva oscura? Come Dante?” mi ha domandato.

Ho risposto: “Sì, come Dante. Con la differenza che l’Italia ne uscì con circa 450 mila morti”.

“Nonno, ma tu ti chiami come lui!” ha esclamato improvvisamente, e io con vergogna ho risposto: “Sì, purtroppo!”.

Abbiamo proseguito e ci siamo fermati in via Martiri delle fosse ardeatine.

Prima di cominciare a parlare, Albina ha detto “Ho sentito qualcosa in merito, ma non ricordo”.

“Furono uccise a sangue freddo, con un colpo alla nuca, 335 persone: civili, antifascisti, ebrei”. “Perché?” ha domandato Albina. E ho risposto: “Il giorno prima i partigiani avevano ucciso 33 militari tedeschi. E i tedeschi reagirono uccidendo 10 persone per ogni tedesco ucciso. La guerra”.

Albina ha scosso la testa.

Abbiamo proseguito per arrivare a Piazza 2 Giugno.

“Sai che cosa è successo il 2 giugno del 1946?” le ho chiesto. “No, nonnino. So soltanto che la scuola sarà chiusa”.

E ho iniziato: “Il 2 giugno del 1946 gli italiani, in un referendum aperto per la prima volta anche alle donne, tra Monarchia e Repubblica, scelsero la Repubblica. E così, dal primo gennaio del 1948 è entrata in vigore la Costituzione Italiana: l’Italia è una Repubblica Democratica”.

“Inizio della Democrazia e fino a quando?” ha domandato Albina.

La passeggiata per quel giorno è finita, e ci siamo diretti ad un bar passando da via Caduti di via Fani.

Ci siamo fermati il tempo necessario per dire: “La Democrazia negli anni ha subito scossoni. Se c’è lotta armata non c’è Democrazia. Se c’è Democrazia non c’è lotta armata. Ma questa è un’altra passeggiata”.

Arrivati al bar, ci siamo seduti fuori ai tavolini, e abbiamo preso due gelati. Di fronte a noi il porto. Ci è arrivata una leggera e piacevole brezza.

Un po’ più lontano si vedeva un gruppetto di persone e lo si sentiva gridare nei confronti di una libreria ritenuta colpevole di vendere un libro “particolare”.

Albina mi ha guardato e chiesto: “Nonnino, questo è un esempio di fascismo?”.

Ho risposto: “L’articolo 21 della Costituzione dice che tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero” e poi lei ha aggiunto: “Ora e per sempre democrazia”.

© 2026 Giovanni Crastolla – Riproduzione riservata

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