Mentre nel Senato era in corso un dibattito sulla migrazione, fuori dal palazzo, in una gelida giornata invernale, alcune decine di migranti, malvestiti e con le loro bandiere colorate, manifestavano per far valere i propri diritti.
Nell’aula, intanto, la seduta era ripresa da pochi minuti. Nell’emiciclo semivuoto, il dibattito in corso non avrebbe portato ad alcuna votazione finale; si sentivano ancora i rumori di assestamento: senatori che si accomodavano sugli scranni vellutati, cartelline richiuse di fretta, qualche breve scambio a bassa voce tra loro. Il Presidente del Senato usò la campanella, come da prassi, per richiamare l’attenzione dell’aula.
«Ha chiesto di parlare il Senatore Professore X, ne ha facoltà.»
Un lieve brusio attraversò i banchi mentre il Senatore a vita X, Professore Ordinario di Sociologia presso una delle università più antiche del Paese, si alzava. Sistemò le pagine scritte con caratteri grandi, per poter vedere rapidamente gli appunti, poi alzò il microfono e lo accese. Fece un rapido sguardo all’emiciclo: alcuni colleghi sbadigliavano (forse per il riscaldamento eccessivamente elevato), altri lo osservavano con espressione apatica, altri ancora con la tipica espressione neutra che nascondeva la voglia di tornare ai propri impegni.
«Grazie Signor Presidente. Senatrici, Senatori colleghi.»
La sua voce, inizialmente bassa, si stabilizzò mentre l’aula si zittiva.
«Integrazione e accoglienza del migrante sono davvero possibili? Non ho una soluzione semplice, a differenza di altri colleghi, perché una soluzione semplice non esiste. Questo dibattito vuole essere un momento di riflessione su un tema che non può essere affrontato con slogan che semplificano la realtà. La migrazione è un fenomeno reale e complesso. Limitarsi a dire “Aiutiamoli a casa loro”, “Siamo tutti migranti”, “I migranti ci pagheranno le pensioni” o “I migranti sono una risorsa” così come ho sentito dai colleghi nei loro interventi precedenti, significa ridurre il problema a formule che non aiutano a capirlo.»
Mentre parlava, qualcuno annuiva, altri scuotevano la testa con disappunto.
«Chi ripete “Aiutiamoli a casa loro” dovrebbe spiegare come intende farlo: con quali strumenti, quali politiche di cooperazione, quali investimenti?
Chi afferma che “i migranti ci pagheranno le pensioni” sa che ciò richiede lavoro regolare, conoscenza della lingua, competenze, integrazione nel tessuto economico e sociale?»
Dai banchi laterali arrivò un piccolo mormorio quando citò gli slogan più diffusi; il Presidente sollevò lo sguardo come per ammonire senza interrompere.
Il Senatore X continuò senza forzare il tono, ma scandendo bene i passaggi più critici.
«Chi migra lo fa per migliorare la propria vita. Il movimento di persone, nella storia dell’umanità, è una costante: guerre, crisi economiche, cambiamenti climatici, disparità di sviluppo. Le persone portano sempre con sé qualcosa di immateriale: la propria cultura.»
Ogni tanto distoglieva lo sguardo dagli appunti per verificare l’umore dell’aula. Alcuni sbadigliavano, altri tamburellavano con la penna, altri avevano lo sguardo fisso avanti a sé, e altri ancora sembravano seguirlo con interesse.
«La cultura può trasformarsi, adattarsi e contribuire a creare forme nuove quando incontra altre culture. L’integrazione non è un processo automatico: dipende da fattori economici, istituzionali e sociali. Ci sono contesti in cui l’incontro tra culture produce arricchimento reciproco e altri in cui emergono tensioni. La questione non è se una cultura sia “forte” o “debole”, ma quali condizioni favoriscano un adattamento armonico.»
Si levò un breve mormorio e il Presidente sollevò la mano invitando al silenzio, ma senza interrompere il senatore.
«La storia offre molti esempi di comunità che, pur vivendo in contesti diversi, hanno mantenuto identità specifiche per secoli. Questo dimostra che una cultura può preservarsi senza per forza entrare in conflitto con il contesto circostante, ma anche che l’esito dipende dalle circostanze, non da una legge generale.»
Dalla piazza giungevano di tanto in tanto i suoni di tamburo e delle trombette ad aria.
«Uno Stato laico può facilitare la coesistenza culturale perché separa identità religiosa e identità civica. Ma non basta: anche in Paesi con istituzioni laiche emergono difficoltà. In Francia, per esempio, esistono comunità di seconda e terza generazione la cui integrazione è parziale o frammentata. In altri casi, invece, si osservano percorsi più riusciti: negli Stati Uniti e nel Regno Unito persone di origini diverse ricoprono ruoli pubblici di rilievo. Questi esempi non dimostrano automaticamente il successo o il fallimento dell’integrazione, ma mostrano che gli esiti dipendono da politiche, opportunità, istruzione e partecipazione civile.»
Nell’aula non tutti i senatori erano attenti. Alcuni parlavano tra loro, altri digitavano sullo smartphone, due o tre raccoglievano le proprie cose e si apprestavano ad uscire. Era giovedì pomeriggio e fra pochi minuti la seduta sarebbe stata tolta, per riprendere il martedì successivo con nuovi lavori.
«Anche all’interno dello stesso Paese esistono forme di migrazione. Molti italiani del Sud che studiano o lavorano al Nord si portano dietro abitudini, tradizioni e sapori della propria terra. È un modo per mantenere un legame identitario. Se questo accade a pochi chilometri di distanza, è comprensibile che chi arriva da altri continenti mantenga elementi della propria cultura d’origine.»
La voce di un senatore, proveniente dal lato destro dell’aula, si levò improvvisa, senza microfono:
«I migranti rubano il lavoro ai nostri figli!»
E scattò un applauso sentito. Il Presidente del Senato intervenne suonando la campanella per riportare ordine e silenzio.
Il Senatore X, ottenuto il silenzio, inspirò lentamente, guardò l’Aula e replicò con sarcasmo:
«Beh, proprio ai nostri figli non direi, sono già grandi e neanche ai nostri nipoti. Siamo dei privilegiati.»
Nell’aula si levarono risate e il Presidente suonò la campanella per richiamare all’ordine.
Il Senatore X, con disillusione, riprese:
«Siamo sicuri che i migranti rubano il lavoro? O piuttosto occupano lavori che molti cittadini non vogliono più svolgere perché sono faticosi, poco retribuiti, o poco attrattivi? In molti Paesi il mercato del lavoro è segmentato: alcune mansioni restano scoperte senza l’apporto dei lavoratori stranieri.»
L’aula rumoreggiò, ma ci fu anche qualche applauso.
«Come detto all’inizio, non ho una soluzione definitiva. Le politiche migratorie riguardano economia, istruzione, sicurezza, salute, lavoro. Richiedono il contributo di attori locali, nazionali e sovranazionali. Prima di tutto servono percorsi chiari: lingua, formazione, inclusione economica, partecipazione civica. Sono condizioni che favoriscono l’integrazione e riducono tensioni.
Quando parlo di integrazione non mi riferisco ad una idea astratta, ma ad un insieme di passaggi verificabili: 1. l’acquisizione della lingua; 2. l’accesso all’istruzione e alla formazione professionale; 3. l’inserimento nel mercato del lavoro con contratti regolari; 4. la partecipazione civica e l’accesso ai servizi pubblici.
Non esiste ordine senza governo dei processi, e la migrazione è uno di questi processi.
Ma, prima ancora di chiedere ai migranti di integrarsi, concludo con una domanda retorica: come società siamo davvero disposti ad accoglierli e siamo in grado di costruire strumenti efficaci per farlo? I migranti non sono burattini nelle nostre mani.»
Stanco, il Senatore X, ritornò a sedersi e chiuse gli occhi.
L’aula rimase in silenzio per qualche secondo. Al banco della presidenza il Vice Presidente accese il microfono:
«Grazie Senatore X. E con questo intervento si chiude il dibattito. Il Senato si aggiorna.»
Scoppiò un applauso automatico e i senatori restanti si diressero velocemente all’uscita secondaria.
Dopo pochi minuti, un questore andò verso il senatore per aiutarlo ad uscire dall’aula ormai vuota.
Uscito dall’ingresso principale, un portaborse di un senatore fece cenno ad un manifestante che lo raggiunse all’ombra di un lampione. Rapidamente gli infilò nella tasca del cappotto logoro una busta e senza toccarlo gli fece segno che potevano andare.
© 2026 Giovanni Crastolla – Riproduzione riservata
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