Siamo nel 1893 nel sud della Francia, a Aigues-Mortes che si trova nel dipartimento del Gard, regione Occitania. È nell’area della Camargue, vicino alle saline e non lontano da Montpellier.
Qui i lavoratori raccolgono il sale. È un lavoro stagionale che va da luglio a settembre. Un lavoro faticoso e mal pagato secondo i francesi.
Tra gli stagionali delle saline ci sono anche gli italiani: piemontesi, liguri, lombardi, toscani ed emiliani.
Loro accettano mansioni faticose come la raccolta del sale, il carico, la pulizia delle vasche, spesso in condizioni di lavoro peggiori rispetto a quelle riservate ai lavoratori francesi.
La maggioranza dei lavoratori italiani nelle saline sono stagionali che si spostano solo per la campagna del sale. Una parte più ridotta vive stabilmente in Francia (soprattutto nelle città vicine), ma il nucleo principale arriva appositamente dall’Italia ogni anno.
Sono quasi tutti uomini giovani o adulti, in prevalenza tra 18 e 40 anni. Si tratta di forza lavoro fisica: braccianti, contadini poveri, manovali. I più giovani (18–25 anni) sono spesso i più numerosi perché meglio adatti ai ritmi duri delle saline.
Sono lavoratori poveri, molti analfabeti o semianalfabeti, provenienti da zone rurali montane o pedemontane che dipendono dal lavoro stagionale per integrare redditi agricoli insufficienti. Non parlano francese né italiano. Solo il proprio dialetto. La mancata o scarsa conoscenza del francese non fa che aumentare isolamento e vulnerabilità.
Dai francesi sono percepiti come “massa anonima” e non come individui integrati.
La migrazione è quasi sempre individuale o tra gruppi di compaesani maschi. Le famiglie non si trasferiscono perché il lavoro durava pochi mesi, inoltre gli alloggi sono baracche inadatte a donne e bambini.
Molti uomini contano di tornare a casa alla fine della stagione con i risparmi. La paga può arrivare fino a 15 franchi al giorno. In Italia la paga è poco più di una lira al giorno.
In Francia gli stagionali italiani arrivano con il treno. Una piccola quota di italiani usa la nave, solo per chi parte da porti liguri (Genova, Savona) verso Marsiglia, ma per i lavoratori delle saline è molto più comune il tragitto ferroviario. E una volta arrivati nelle città principali, proseguono con convogli locali o carretti verso le aree delle saline.
La maggior parte di chi migra in Francia si affida ai caporali che reclutano manodopera. Gli altri intraprendono invece viaggi della “speranza”, partono autonomamente sperando di trovare lavoro stagionale.
Nel 1893 il clima politico e socioeconomico in Italia spinge molti a cercare lavoro altrove, anche in condizioni rischiose. C’è sfiducia nelle istituzioni. A novembre cade il primo governo Giolitti. C’è lo scandalo della Banca Romana: emissione clandestina di banconote, corruzione, finanziamenti illeciti a politici. Sono coinvolti ministri, deputati e anche Giolitti stesso.
In quell’anno quasi 400.000 italiani lasciano l’Italia diretti nel Nord Europa, nelle Americhe e in Nord Africa.
Gli italiani che si spostano in Francia per i lavori stagionali sono sistemati in baracche, dormitori temporanei o capannoni forniti dalla compagnia che gestisce le saline. Sono suddivisi in base alle zone di provenienza: per potersi almeno capire tra loro. Le condizioni negli “alloggi” sono molto rudimentali: spazi affollati, servizi minimi, clima caldo-umido legato alle saline.
Il salario è già basso, quello degli italiani è ancora più basso di quelli dei francesi a parità di lavoro. Sono percepiti dai francesi come concorrenza al ribasso. Inoltre agli italiani sono assegnati i lavori più duri.
Il lavoro giornaliero è molto lungo durante la campagna di evaporazione: in pratica si lavora dall’alba fino al pomeriggio inoltrato/sera, con pause limitate. Indicativamente: 10–12 ore al giorno nelle giornate intense (con variazioni legate al ciclo di evaporazione e al vento).
Il clima è estremamente caldo, secco e ventoso. Le temperature massime estive nella Camargue superano spesso i 30–35°C. Le saline, con superfici d’acqua poco profonde e riflettenti, amplificavano la sensazione di calore. Inoltre c’è alternanza tra giornate molto secche e giornate più umide legate all’evaporazione delle vasche. L’aria carica di sale irrita occhi, gola e pelle.
Le zone di lavoro sono completamente scoperte, quindi sole diretto e nessuna ombra.
Gli operai passano ore su superfici bianche di sale che riflettono la luce, aumentando l’abbagliamento e il rischio di colpi di calore.
Quando c’è il vento (tramontana e mistral) è molto forte e solleva cristalli di sale. Aumenta la fatica respiratoria. Il vento agevola l’evaporazione, ma rende il lavoro più duro.
Le piogge sono rarissime. La compagnia programma la raccolta proprio nel periodo di massima evaporazione e minor rischio di precipitazioni.
Riepilogando: caldo intenso, radiazione solare molto forte, vento frequente, ambiente salmastro irritante. Queste condizioni spiegano perché il lavoro è considerato tra i più faticosi della manodopera stagionale.
I lavoratori indossano quello che hanno. Non esiste alcun tipo di divisa. Non c’è alcuna dotazione aziendale. Ognuno usa ciò che possiede. L’aspetto è disomogeneo e molto povero.
I cappelli di paglia a tesa larga sono indispensabili a proteggere la testa contro il sole battente e gli occhi riflesso accecante. Il modello è semplice, l’intreccio è grossolano.
Le camicie dai colori chiari sono ampie. Le maniche sono quasi sempre arrotolate. Il tessuto è economico perché il sale corrode rapidamente. E molte sono rappezzate più volte.
Pantaloni di tela spessa arrotolati fino al ginocchio. Non sono da lavoro, ma quelli che l’operaio già possiede.
Ai piedi: zoccoli di legno per i francesi. Gli italiani, invece, preferiscono lavorare scalzi nelle vasche meno taglienti.
Estate del 1893.
L’aria è irrespirabile non solo per il caldo. Le tensioni fra lavoratori francesi e italiani sono preesistenti e strutturali. Sono di natura economica. Gli italiani accettando salari più bassi e lavori fisicamente gravosi, alimentano nei francesi la convinzione, che la presenza degli italiani abbassi i compensi di tutti.
La stampa inoltre usa spesso da anni toni ostili verso gli italiani, li descrive come violenti, disonesti, pronti a “rubare il lavoro”, alimentando così un clima di intolleranza verso gli stranieri che peggiora la percezione pubblica nei confronti degli italiani.
I lavoratori francesi sono divisi in due gruppi: les trimards (stagionali francesi poveri e irregolari), e lavoratori francesi locali più stabili. I primi sono spesso in conflitto sia con gli italiani sia con altri francesi. Poveri contro poveri.
La Compagnie des Salins du Midi tende a favorire i gruppi più produttivi (spesso gli italiani, considerati più disciplinati). E questo crea risentimento tra i lavoratori francesi.
Mercoledì 16 agosto 1893 le tensioni tra italiani e francesi esplodono dopo una lite fra un gruppo misto e un gruppo francese. Le liti sono frequenti, quotidiane. Il sale corrode la pelle e l’anima. Si diffonde la falsa notizia che gli italiani hanno aggredito e ucciso i francesi.
La popolazione locale, già ostile alla presenza degli italiani, si raduna nelle strade. Gruppi di uomini armati di bastoni, pietre, attrezzi e odio iniziano la caccia all’italiano.
I lavoratori italiani tentano di rifugiarsi negli edifici della compagnia o nelle caserme, ma la protezione è debole.
Il giorno dopo, il 17 agosto, la situazione peggiora. La folla incontrollata continua ad attaccare gli italiani. Con violenza sempre più crescente. La marsigliese risuona nell’aria. L’identità nazionale è il collante. Il nemico deve essere abbattuto.
Le autorità locali sono impreparate. Non intervengono o lo fanno in modo inefficace. C’è complicità passiva e simpatia verso gli aggressori da parte di alcuni funzionari locali.
E così alcuni italiani sono catturati. Trascinati fuori dalle baracche. Picchiati fino a farli morire. Il sangue italiano scorre e la sete xenofoba francese si placa.
Le urla assordanti della folla si placano. Cala il silenzio.
Liberté, Égalité, Fraternité.
A terra rimangono i corpi degli italiani massacrati. Corpi che hanno ancora un nome.
Carlo Tasso di Alessandria.
Vittorio Caffaro di Pinerolo.
Bartolomeo Calori di Torino.
Giuseppe Merlo di Centallo, Cuneo.
Lorenzo Rolando di Altare, Liguria.
Paolo Zanetti di Nese, Bergamo.
Amaddio Caponi di San Miniato, Pisa.
Giovanni Bonetto.
Secondo Torchio, il cui corpo non fu mai ritrovato.
Oltre i morti ci sono numerosi italiani feriti, ma il conteggio è sottostimato perché alcuni feriti gravi moriranno dopo il rientro in Italia.
Dopo la strage, diversi giornali francesi minimizzano le responsabilità francesi raccontando gli eventi come “risse degeneranti”.
Alcuni quotidiani nazionali francesi denunciano invece la brutalità del massacro, altri invece sostengono che gli italiani “provocano” tensioni.
Anche la politica francese interviene preoccupata dell’impatto diplomatico con l’Italia, cercando di calmare la situazione ma senza assumersi alcuna responsabilità.
Si preferisce derubricare la strage a “disordini fra operai”, anziché di dire esplicitamente che si è trattato di un “massacro etnico”.
Assoluzione di tutti gli imputati francesi. Questa è la sentenza della giuria popolare, ostile agli italiani, al termine del processo di Rodez. Le motivazioni: “risse collettive” anziché violenza mirata contro un gruppo nazionale. L’accusa non riesce a identificare responsabilità individuali, e le testimonianze degli italiani sono considerate meno affidabili, in parte a causa della non conoscenza del francese, elemento che favorì l’assoluzione.
E infine il clima politico è già esasperato: condannare cittadini francesi avrebbe avuto un costo politico altissimo.
Da parte dell’Italia c’è forte indignazione, proteste ufficiali, minacce di interrompere i rapporti diplomatici.
L’Italia richiama temporaneamente il suo ambasciatore.
E i giornali italiani denunciano l’episodio come un barbaro massacro tollerato dallo Stato francese.
E poi, cala l’oblio. Fino ad oggi.
Carlo, Vittorio, Bartolomeo, Giuseppe, Lorenzo, Paolo, Amaddio, Giovanni, Secondo e tutti gli altri dei quali non si conosce il nome, hanno il diritto di essere ricordati come vittime di una scelta politica economica e sociale ancora oggi accettata. Poveri contro poveri. Miseria contro miseria.
© 2026 Giovanni Crastolla – Riproduzione riservata
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