La spina

Al pontefice io scrivo,
senza essere allusivo.
Sarei morto naturalmente,
ma vivo artificialmente,
ché alla macchina attaccato
la morte ho allontanato.

Immobile trascorro le ore,
attaccato al mio dolore.
Gli uccellini sento cinguettare
e nel cielo danzare;
a me, immobile nel letto,
fanno solo dispetto.

Non è invidia la mia,
è solo apatia,
è solo la tristezza
di non poter far più una carezza,
di non poter far più un passo,
di essere come un sasso.

In silenzio trascorro le ore,
sento la macchina che fa da cuore.
Non è etico vivere in questo modo,
con in testa fisso un chiodo:
staccare quella spina
che alla vita non mi avvicina,
dalla morte non mi allontana
ma mi lascia in campana,
che presto possa suonare
per poter annunciare
la fine di questo stato
e il vagito di un neonato,
che la speranza possa dare
e la vita far amare.

A voi tutti mi rivolgo
e il disturbo ora tolgo:
non vi attaccate alla vita
finché non è finita.
Non fate come il vorace,
che non è capace
di assaggiare solamente
ciò che è offerto abbondantemente.

La vita mi ha insegnato
a non esserle attaccato
e a poter apprezzare
tutto quello che ha da dare.
Se son gioie o dolori,
sono sempre i colori
di colui che ha disegnato
la vita che ci ha donato.

Ma quella artificiale
è come un davanzale
al quale ti puoi affacciare
e il mondo solo guardare.

La vita sì, mi è cara,
la morte non più amara.
E consapevole vi chiedo,
e da voi mi congedo:
quella spina per me staccate
e il riposo a me date.

© 2026 Giovanni Crastolla – Riproduzione riservata

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