Sono rinchiuso in una cella,
ho solo una scodella
che mi fa compagnia
nella mia agonia.
Da vent’anni son qui incatenato,
ché a morte son condannato.
Vivo questa attesa
nel vedere l’ombra stesa
a terra, nella cella,
e sapere che è proprio quella
del boia che è arrivato
e il cappio con sé ha portato.
La giustizia non è la morte,
sono solo idee contorte
di chi crede solamente
che la morte, finalmente,
giustizia possa fare
e il debito pagare.
Un delitto io ho commesso,
ma la morte è l’insuccesso
della sentenza dello Stato
che si crede ripagato
spezzando un’altra vita,
dalla quale è fiorita
la voglia di aiutare
chi, come me, può sbagliare.
È stata abominale
la mia azione criminale.
Non ho voluto una difesa
che recasse offesa
alla famiglia di chi ho ucciso
con il mio gesto improvviso.
E così a morte mi han condannato
e nella cella abbandonato.
Il tempo qui è fermo,
è come un infermo
che non ha più la forza
di andare un po’ di corsa.
E i pensieri han cavalcato
il tempo che si è fermato.
La cavalcata è immobile,
è come la polvere su un mobile,
che si accumula lentamente
nascondendo solamente
il legno che lo compone,
dando l’impressione
che è marcio e da buttar via —
ed è fatta, sì, pulizia.
Non una gomma per cancellare
la mia azione criminale,
ma solo un panno pulito
per essere ripulito,
in società ritornare
e una nuova vita sperare.
I passi sto sentendo,
da me sta venendo.
Il cappio al collo ha sistemato —
la giustizia ha trionfato.
La pratica è ora archiviata:
la morte è stata data.
© 2026 Giovanni Crastolla – Riproduzione riservata
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