La gabbia

Disteso sull’amaca, sotto il sole ancora timido di questo maggio freddo e piovoso, mi lascio cullare da Eolo mentre mi racconta storie lontane nel tempo e nei luoghi: storie di fanciulle timide che nascondevano i propri sentimenti dietro la maschera della freddezza e dell’aggressività.

C’era, a quel tempo, in un luogo qualsiasi della terra – e purtroppo c’è ancora, dice Eolo sospirando – una fanciulla che non riusciva a comunicare ciò che sentiva. Era chiusa in una gabbia che poteva essere aperta solo dall’interno, ma lei si rifiutava di aprire.

Era nata in quella gabbia, e per lei era normale vedere il mondo attraverso quelle sbarre. Quelle sbarre e quello spazio ristretto erano il suo mondo. Girava con la sua gabbia ma aveva il terrore di mettere le mani fuori. Appena si sentiva in pericolo si allontanava dalle sbarre per non essere toccata da chi cercava un contatto con lei.

Il tempo passava. Lei cresceva e quella gabbia cominciava a esserle stretta. La sentiva stretta, anzi voleva lasciarla definitivamente, ma le mancava il coraggio. Decise così che, di notte, quando era sicura di non essere vista, avrebbe aperto la porta per fare un giretto intorno alla sua “casa”, senza mai allontanarsene troppo.

Il contatto con il mondo esterno le fece bene: riuscì perfino a sposarsi e divenne poi madre. Ma la gabbia rimaneva la sua casa, e vi si rifugiava ogni volta che doveva manifestare i propri sentimenti. Non riusciva a lasciarsi andare, a essere naturale, a correre libera e felice su un prato. E questo lo sapeva, e le faceva male.

Molto tempo prima del suo matrimonio, le girava intorno un cagnolino. Col tempo avevano fatto amicizia, ma neanche lui poteva entrare nella sua gabbia. Lei tirava i bastoncini e lui li riportava scodinzolante; condivideva con lui anche pezzi di pane, ma non poteva stare con lei. Quando voleva stare ancora più sola lo cacciava, e lui si allontanava, ma la seguiva a distanza, senza perderla mai di vista.

È risaputo che il cane è l’amico più fedele dell’uomo. E quando l’uomo apre la propria porta a un cane, questi gli rimarrà per sempre fedele. Fanno tristezza le persone che neanche un cane hanno per amico, e forse ancor di più quelle che lo hanno ma lo lasciano fuori dal proprio uscio di casa.

Purtroppo il cane è fatto così: si adatta a ogni situazione e gli basta anche una grattatina alla testa, di tanto in tanto, per scodinzolare di gioia. Ma non potrà mai abbandonare l’amico uomo.

Ci sono stati casi in cui alcuni cani hanno abbandonato il proprio padrone: si tratta, fortunatamente, di casi estremi, di uomini che avevano solo il corpo di essere umano e nient’altro.

Ci sono persone che alla fedeltà e all’amicizia del cane preferiscono quella del gatto. Ma il gatto è amico dell’uomo solo quando ha fame o quando vuole un giaciglio per riposare. Dopodiché l’uomo deve stare al proprio posto, senza infastidirlo inutilmente se ha già mangiato o se sta beatamente riposando.

È concezione comune considerare il gatto indipendente e opportunista. Ma anche il gatto manifesta, a suo modo, i sentimenti verso l’uomo: ha bisogno soltanto di essere compreso, ma non si sforza di farsi comprendere. Il suo è un discorso del tipo “prendere o lasciare”.

Però, comprendendolo, alla fine uomo, cane e gatto possono vivere sotto lo stesso tetto. È compito dell’uomo far convivere assieme cane e gatto. Se è l’uomo a scegliere il cane con il quale vivere, è invece il gatto a scegliere l’uomo dal quale farsi servire e riverire.

In ogni essere umano c’è un po’ di cane e un po’ di gatto. Per l’esattezza si potrebbe dire che nella donna c’è molto del comportamento del gatto, e nell’uomo molto del cane. Ed è per questo che, affinché possano vivere insieme uomo e donna, ci deve essere una giusta dose, in ognuno di loro, di cane e di gatto.

Altrimenti finiscono sempre col litigare e azzuffarsi, e chi ne ha la peggio è il cane.

La nostra fanciulla aveva molto del gatto, e come poteva quindi avere come amico proprio un cane che aveva invece bisogno di affetto?

Eolo, quando racconta, si fa prendere dalla storia stessa.
L’ultima domanda l’ha detta in uno stato così agitato che mi sono svegliato per i brividi.
Sono entrato in casa, e non so come sia finita.

© 2026 Giovanni Crastolla – Riproduzione riservata

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