Sono tre le parole che ruotano come un vortice nella mia testa: Salute, Solitudine, Speranza.
Prendendo in prestito le righe iniziali della Divina Commedia, le riscriverei così:
Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai con un male oscuro
ché la salute mia era smarrita.
Se Dante si ritrovò in una selva oscura, aspra e forte che nel pensier rinnova la paura, io mi ritrovo in un tunnel circondato dal buio più fitto, privo di suoni, di qualsiasi appiglio e soprattutto privo di calore.
Per la verità non sono solo: mi tiene per mano, con la sua gelida mano, la Solitudine. Mi accompagna in questo viaggio senza proferir parola. E accompagnatori umani non sono ammessi. È anche un viaggio interiore.
Non so se avanzo nel tunnel o sono fermo. Non ho punti di riferimento. Non so se ho gli occhi chiusi o aperti. Non mi accorgo di alcuna differenza. Provo di nuovo ad aprirli, ma sono già aperti.
Sì, ora vedo lontano un barlume di Speranza. Oh barlume di luce, che hai la stessa luminosità di una lampadina fulminata, illumina per me questo oscuro cammino!
Per essere sincero, preferisco non vedere alcuna luce in lontananza: potrebbe essere la luce eterna.
Salute? Assente.
Solitudine? Presente.
Speranza? Non pervenuta.
E la solitudine, anche se non parla, mi ascolta. Credo.
Mentre cammino mi vengono in mente i titoli di alcuni libri che ho letto nel passato: Cronaca di una morte annunciata, L’ultimo giorno di un condannato a morte, Tempo di vivere tempo di morire, Per chi suona la campana, Le anime morte, Il fu Mattia Pascal e infine Nessuno scrive al colonnello.
E con questi pensieri avanzo, se avanzo, senza sapere dove e senza sapere verso cosa.
In verità, oltre alla solitudine che mi tiene la mano facendomi compagnia, l’altra mano la tiene con sé il Dolore, facendomi anch’esso compagnia. Anche la sua non è gradita. Non è un dolore acuto, ma come un rumore di sottofondo: un dolore costante, monotono, persistente.
Da febbraio 2023, ad oggi che sto scrivendo, sono stato bene in tutto una decina di giorni.
Dopo l’asportazione del lobo superiore del polmone sinistro, non posso più fare sforzi fisici: mi manca l’aria. Ho fame d’aria e di conseguenza mi stanco in pochi minuti di attività fisica.
Però, per poter uscire dal tunnel, devo camminare. Rimanere fermo non è la soluzione. Camminerò più lentamente, ma avanzerò. Come disse un’amica, anche lei con la diagnosi di tumore: “Dio dà le croci a chi le può portare.”
Cammino e mi domando: la terapia orale funzionerà? Per ora sì. Dovrebbe prevenire la comparsa di nuove cellule tumorali.
Evito in modo scrupoloso di leggere articoli in merito, in particolare quelli che riportano nel titolo le parole aumentare la speranza di vita.
Infatti io non so quale sia la mia, e in fin dei conti non mi interessa.
Oltre al dolore fisico c’è stato quello psicologico, ormai quasi del tutto metabolizzato. Quasi tutti, tra parenti e amici che erano a conoscenza della situazione, sono rimasti indifferenti. Io questo ho percepito: un gelido distacco.
Avrei potuto chiamarli io, ma non mi sento di farlo. Non voglio sentirmi chiedere come stai? — perché risponderei bene bene. Non voglio parlare di quel passato che nel pensier rinnova la paura, né voglio compassione.
Le domande peggiori, fatte in modo inconsapevole da quei pochi che si sono fatti sentire, sono state:
Ma l’hai preso in tempo?
Di che grado è il tumore?
Poi, quando stai meglio, veniamo a trovarti!
Ma ti vedo bene però!
“Ché mi volevi vedere nella bara?” risposi.
Non voglio sentire domande inopportune, ma vorrei sentire qualcuno vicino a me. Tuttavia so che in questo viaggio non è possibile. Muti passaron quella notte i fanti: tacere bisognava, andare avanti.
Non riesco a fare progetti. Non ne ho voglia. Quei pochi che faccio hanno durata brevissima.
La compressa della terapia antitumorale, che devo prendere quotidianamente per tre anni, mi ricorda ogni giorno la situazione.
Il tempo è scandito dalle TAC. Quando si avvicina il momento dell’esame, lo stress aumenta, schizza alle stelle e dura fino a quando non ho l’esito.
La notte non dormo. Faccio tanti progetti per il giorno dopo, tante idee da realizzare. La mattina, quando metto i piedi per terra, i progetti e le idee rimangono per aria, lontani da me, inafferrabili. Il nuovo giorno mi ricorda che i dolori sono presenti e faccio tutto con fatica.
Tornato da lavoro, dopo pranzo, se mi sento, passo un po’ di tempo a levigare pezzi di legno d’ulivo. L’odore dell’ulivo è rilassante, e lo è anche ammirare le sue venature.
Con questi pezzi vorrei realizzare tante lampade che possano illuminare il tunnel.
E se non mi sento, vado a letto demoralizzato e vuoto. Cerco di dormire e sognare.
E una volta sognai le seguenti parole:
Che sia lieve ciò che fu scritto per te,
laddove si può ciò che si vuole che sia.
E quel sarà.
E che sia lieve.
© 2026 Giovanni Crastolla – Riproduzione riservata
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