Se ne era andata, ma il suo profumo era rimasto sulla sua maglietta! E quell’odore lo faceva impazzire. La sentiva, ma lei non c’era! Era andata via. Per sempre. Si sentiva soffocare dalla sua mancanza, gli mancava l’aria, gli mancava lei! Si tolse la maglietta e se l’avvolse intorno al viso per poter continuare a sentirla. Iniziò a respirare lentamente, in modo regolare, e si addormentò.
Fece sogni strani.
Sognò che aveva la lingua piena di chiodi e non riusciva a toglierli.
Sognò che lavava dei gattini, uno alla volta, nella lavatrice, e poi li appendeva al filo per farli asciugare. Un gattino gli scivolò dalle mani e cadde di sotto. Sotto c’era un pozzo quasi vuoto, dove lui, dal quinto piano, poteva vedere il fondo e una pozza d’acqua, e il gattino steso lì accanto. Era rimasto un altro gattino da lavare, ma miagolò così forte che ne ebbe compassione e non lo mise nella lavatrice.
Sognò che stava a una cena, e tra le portate c’era un piatto con un gattino che galleggiava nel brodo, con una forchetta conficcata negli occhi.
Sognò di volare. Camminava, camminava sempre più velocemente e iniziò a sollevarsi da terra, e più muoveva i piedi più saliva nel cielo.
Sognò che era tutto sporco di cacca e non riusciva a ripulirsi.
Sognò che doveva rifare gli esami di maturità.
Sognò che era stato richiamato al militare.
Sognò che era notte e stava solo su una strada e aveva il terrore di avanzare: sapeva che c’erano cani morti, gatti morti, animali morti e non voleva calpestarli.
Sognò tante altre cose, ma lei non la sognò. Non poteva sognarla. Non voleva sognarla.
Lei non era un sogno. Lei non era stata un sogno.
Ma ora non c’era più. Non aveva nemmeno una sua foto da poter venerare. Gli era rimasto solo il suo profumo.
Quando si svegliò, la maglietta era bagnata delle sue lacrime.
L’annusò, e non la sentì più!
Non gli era rimasto più nulla di lei!
Il vuoto gli riempiva la testa.
Si guardava attorno senza riuscire a mettere a fuoco.
Nebbia. Solo nebbia.
Chiuse gli occhi e vide il nulla, li riaprì e vide il nulla.
Rimase così com’era: steso, inerme, solo, vuoto.
Sentì un crampo al polpaccio e ne ebbe disgusto.
Sperava di non esistere più.
E invece il suo corpo esisteva.
Sentì la gola secca. Sentì un formicolio alle dita della mano.
Respirò profondamente una, due, tre volte.
Lui non voleva più esistere, ma il suo corpo reclamava attenzione.
Cosa fare? Lasciarsi andare nel vuoto?
Qualche secondo, e poi sarebbe stata davvero la fine.
Cosa gli diceva l’istinto di sopravvivenza? Morire! Così avrebbe smesso di soffrire!
Cosa sarebbe stata la sua vita senza di lei?
Lentamente si mosse e cercò di alzarsi. Era tutto indolenzito.
Ogni sforzo che faceva era come un lampo di luce nella testa buia.
Quando raggiunse la finestra e l’aprì, rimase interdetto.
Non riusciva a capire se fosse giorno o notte, non sentiva nulla, fuori non c’era né caldo né freddo.
Lui avrebbe voluto scavalcare il davanzale e lasciarsi andare.
Ma i segnali incongruenti dall’esterno l’obbligavano a mettere in moto il cervello e a pensare, a capire, a ricordare, ad analizzare: lei se ne era andata e lui era rimasto solo. Solo per sempre.
Scavalcò il davanzale e si lasciò andare.
© 2026 Giovanni Crastolla – Riproduzione riservata
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